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Il movimento delle Chiese “dei Fratelli” in Italia
Il Conte Piero Guglielmo Guicciardini
Il Rossetti
Gli ''operai del Signore''
Le chiese nel XX secolo
Riferimenti
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Il Conte Piero Guglielmo Guicciardini e Teodorico Pietrocola Rossetti

(dal sito: www.vignavecchia.org)


Piero Guglielmo Guicciardini nacque nel 1808 a Firenze, secondogenito del conte Francesco Guicciardini (1783-1853) e di Elisabetta Pucci, una delle famiglie più nobili e antiche di Firenze, quei Guicciardini che avevano già dato all’Italia il più celebre storico, coevo di Machiavelli, Francesco Guicciardini. Terminati gli studi – che portò avanti con serietà e ricavandone una solida cultura, per qualche tempo si occupò delle proprietà di famiglia dove – fin da giovane – manifestò un certo spirito “democratico”, nei rapporti con la servitù e con i dipendenti. Documenti dell’epoca ci forniscono di lui un ritratto molto diverso da quello a cui chi ha un po’ di familiarità col personaggio è abituato, di un uomo ormai anziano, con un barbone bianco da patriarca biblico: sembra che fosse un giovane alto e slanciato, con occhi azzurri,  una voce assai profonda, e un temperamento piuttosto incline alla riservatezza e alla melanconia. Nobile, intellettuale e uomo d’affari, con ideali vagamente democratici, a Firenze: una serie di cause che quasi inevitabilmente, e assai precocemente, portarono il conte ad entrare in rapporti con gli intellettuali d’oltralpe che avevano fatto di Firenze la loro residenza elettiva, che non erano pochi, e, spesso, erano di religione protestante: fin dall’età di 20 anni egli fu membro dell’Accademia dei Georgofili, e collaboratore dello svizzero G. P. Viessieux, e di Lambruschini, con cui condivise un avanguardistico progetto di riforma del sistema scolastico toscano, che prevedeva la possibilità, anche per le classi più povere, di accedere all’istruzione: un programma ambizioso che lo portò a conoscere la più illustre esponente del movimento evangelico Toscano: la ginevrina Matilde Calandrini, che, giunta in Italia nel 1831, si dedicò all’apertura di vari asili infantili (tuttora esistenti) nella città di Pisa. I primi suoi collaboratori furono anche i primi convertiti in questa città: Luigi Frassi, direttore della Cassa di Risparmio, e  Tito Chiesi, assessore del Tribunale. Con loro, e con altri, cominciò a tenere dei culti domestici in casa sua, che prevedevano un tempo di libera preghiera e un tempo di lettura della Bibbia.

Sembra che la prima molla che spinse il Guicciardini alla lettura della Bibbia sia stato l’aver sorpreso un membro della sua servitù che la stava leggendo. Certamente erano anni in cui il giovane stava attraversando una profonda crisi spirituale, prova ne sia il fatto che aveva preso a frequentare con una certa regolarità i culti in lingua Francese della comunità Svizzera di Firenze (ricordiamo che a quell’epoca quelli fatti dagli stranieri per gli stranieri erano i soli culti non cattolici ammessi nel Granducato). L’incontro con la Calandrini tuttavia fu decisivo. Nel 1836 egli – secondo la sua stessa testimonianza – “nacque di nuovo”. E tentò a trapiantare nella sua Firenze, quello che la Calandrini aveva introdotto a Pisa: i Culti domestici.

Per circa 10 anni Guicciardini e la Calandrini furono le figure di maggior spicco allo stesso tempo della riforma del sistema scolastico toscano e del primo evangelismo di lingua italiana in Toscana. L’idea di fondare una chiesa evangelica italiana risale agli anni compresi fra il 1844 e il 1846 (in questi anni il Guicciardini stesso fu a Ginevra per valutare se ci fossero concrete possibilità in questa direzione). Nel 1846 si cominciò ad introdurre la celebrazione della “Cena del Signore” nell’ambito dei culti domestici che erano sempre più frequentati.

La domanda che è destinata a restare senza risposta è: quanto del fermento di questi anni fu originalmente “italiano”, e quanto fu influenzato dall’Evangelismo Svizzero o da quel movimento dei Fratelli inglese che ancora non aveva conosciuto le sue prime spaccature e tanto vicino sembrava, nello spirito e nella forma, al primo movimento evangelico italiano? Darby stesso, ricordiamo, era già stato a Ginevra e aveva incontrato alcuni dei personaggi che anche Guicciardini conobbe (per esempio il pastore Charles Eynard); d’altra parte, sia Guicciardini sia i suoi più stretti collaboratori ci tennero a sottolineare l’originalità della loro proposta: essi rifiutarono perfino di chiamarsi “Protestanti”, ma – si deve anche ricordare – una tale enfasi sul carattere tutto italiano del movimento poteva anche essere una necessità “politica”.

Il primo, importante strappo con la chiesa Romana ebbe luogo nel 1849, e – per uno dei tanti corsi e ricorsi della storia – al centro fu la piccola chiesa di Santa Felicita dove secoli prima era stato attivo il riformatore Pietro Martire Vermigli: di tale chiesa il Guicciardini era amministratore legale, e in tale veste – col consenso del priore – fece dipingere dei versetti biblici sulle pareti della chiesa, compresi i dieci comandamenti, e isolando il secondo: “Non farti scultura alcuna né immagine alcune né delle cose che sono in cielo né di quelle che sono in terra” – che la tradizione cattolica accorpa normalmente al primo (“non avrai altro Dio all’infuori di Me”): fu uno scandalo, cui seguì una battaglia legale: l’Arcivescovo di Firenze impose la cancellazione dei versetti; il Conte fece ricorso presso il Ministero degli Affari di Culto, e in capo a due anni fu sconfitto: egli allora divulgò un opuscolo dal titolo “Al popolo”, dove da un lato protestava contro quello che considerava un sopruso, e dall’altro lato invitava il popolo a leggere la Bibbia per conoscere Gesù Cristo.  Nonostante questo, nel 1850 fu eletto consigliere comunale; ma rinunciò a tale prestigiosa carica per non doversi sottomettere all’obbligo di prestare giuramento, obbligo che egli vedeva in contraddizione con l’ordine dato da Gesù in Mt. 5,34 – 37.

Tuttavia erano anni di relativa apertura e libertà: nel 1848 in seguito ai moti rivoluzionari il Granduca era dovuto fuggire e la Toscana era retta da un governo repubblicano presieduto da Montanelli e Ricasoli; ma nel 1850, il ritorno del Granduca vide un nuovo periodo di repressione: i culti in Italiano vennero proibiti nel Gennaio del 1851, e tutti gli italiani che avevano preso a frequentare le riunioni della Chiesa Svizzera furono diffidati dal continuare a farlo, sotto pena di carcere duro. Nel mese di Febbraio, il Geymonat, sorpreso a celebrare un culto domestico in Italiano, fu incarcerato per tre giorni al Bargello e successivamente esiliato. Lo stesso Guicciardini fu invitato dal Cancelliere della Delegazione di Santo Spirito a giustificare la sua presenza presso un culto in Francese della Chiesa Svizzera.

Falliti i tentativi di far valere legalmente i suoi ed altrui diritti alla libertà religiosa, Guicciardini scelse la via dell’esilio: la data era stata fissata per il 10 Maggio 1851, ma pochi giorni prima fu sorpreso in uno degli ultimi culti domestici – forse l’ultimo – cui avrebbe partecipato. La polizia piombò a mezzanotte nella casa di Fedele Betti, dove tale culto si stava celebrando, proprio mentre i partecipanti stavano leggendo l’Evangelo di Giovanni nella traduzione di Giovanni Diodati. Tutti i convenuti furono trasferiti al Carcere del Bargello, dove peraltro essi proseguirono nella meditazione biblica iniziata in casa Betti.

La storiografia italiana sul Guicciardini, si è affannata a cercare – nelle dichiarazioni del conte e nelle testimonianze esterne – la prova dell’infondatezza dell’accusa di fondo mossagli, che era quella di tramare per la sovversione della Religione di Stato. Non avrebbe egli voluto portare il protestantesimo in Italia, ma piuttosto “evangelizzare” gli italiani; quando gli fu ingiunto di non partecipare più a culti protestanti egli si sarebbe sottomesso a questo ordine; il culto domestico in cui fu sorpreso non era un vero culto, ma una riunione d’addio fra amici… La polizia granducale ebbe in questo- probabilmente – una maggiore lungimiranza: e quando scoprì il taccuino con gli appunti di viaggio a Ginevra,  col programma per iniziare un movimento evangelico di lingua italiana, non ebbe – a nostro avviso giustamente – più dubbi: il Conte Guicciardini e i suoi amici stavano lavorando, nascostamente ma nemmeno troppo – per porre fine al predominio dell’unica religione ammessa e per impiantare il protestantesimo in Italia e fra gli italiani. Era un’accusa fondata e veritiera, ma non era un’accusa: Guicciardini era colpevole secondo una legge ingiusta, iniqua e illiberale che pretendeva di imporre per legge se credere, in quale Dio credere, e come credere; ma era quella legge (presente, ahimè, in tanti paesi ancora oggi), i suoi promulgatori e i suoi fautori i veri colpevoli; gli altri ne erano le vittime… Giustamente Guicciardini aveva scritto in quel taccuino (certo, non con l’intento di divulgare questa considerazione fra i suoi compatrioti in tale forma dura e polemica) che fra i massimi ostacoli alla libertà, c’era l’onnipresenza e la tirannia esercitata dalla Chiesa Cattolica: nel 1830, questo era proprio vero! Inizialmente il conte fu condannato a sei mesi di carcere a Volterra:il Granduca si disse pronto a graziarlo se egli avesse abiurato e fosse rientrato in seno alla chiesa Cattolica, ma davanti alla fermezza del conte, e alle pressioni diplomatiche di diverse potenze straniere (soprattutto la Gran Bretagna) né l’una né l’altra cosa furono possibili: tutti gli imputati dovettero però lasciare la Toscana, e il conte scelse proprio la Gran Bretagna quale meta del suo esilio.



 

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