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Indice
Il movimento delle Chiese “dei Fratelli” in Italia
Il Conte Piero Guglielmo Guicciardini
Il Rossetti
Gli ''operai del Signore''
Le chiese nel XX secolo
Riferimenti
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Le Chiese “dei Fratelli” nel XX secolo

Il 1880 fu dunque un anno cruciale per la storia delle Chiese dei Fratelli, a Firenze e in Italia: in qualche modo questa potrebbe essere la data di nascita ufficiale del movimento in quanto tale, che da adesso in poi assumerà il nome di “Chiesa Cristiana dei Fratelli” – accantonando la vecchia dicitura di “Chiesa Cristiana Libera”, anche per evitare il rischio di essere confusa con la Chiesa Libera Italiana di Gavazzi – e riuscì a dotarsi di un locale di culto di tutto rispetto, in quella che già fu la Chiesa di Sant’Apollinare e il Tribunale dell’Inquisizione. Inizialmente il possesso del locale venne intestato ad un comitato formato da alcuni membri della chiesa medesima; ma – essendo tali membri – proprietari a titolo individuale di una quota del locale, si pose ben presto il problema della successione in caso di morte di uno dei fratelli medesimi: gli eredi – non necessariamente membri della chiesa, o comunque non necessariamente interessati a che il locale restasse adibito a luogo di culto – avrebbero potuto in tal caso reclamare il diritto ad entrare in possesso della loro quota e a farne l’uso che fosse parso loro più consono. Analoghi problemi attraversavano in quegli anni altre comunità religiose non Cattoliche italiane, che potendo beneficiare di un clima di maggiore libertà, si trovavano però di fronte ad un vuoto istituzionale su problematiche di questo tipo. La comunità Ebraica di Milano aveva risolto il problema costituendo un ente morale che avesse valore di persona giuridica cui poter intestare i beni materiali della comunità. Su questo modello, la Comunità dei Fratelli di Firenze prese pure la decisione di costituire un ente morale, con le stesse caratteristiche, cui sarebbe stato intestato il possesso indiviso della chiesa: una decisione contestatissima da parte delle altre comunità Evangeliche Italiane, e in particolare dalle comunità del Piemonte, che scomunicarono la chiesa di Firenze (nell’unica forma che era possibile per comunità iper – congregazionaliste quali erano – e sono – le chiese dei Fratelli: fecero sapere ai fiorentini che la loro partecipazioni a riunioni e incontri di altre comunità, e in particolare all’incontro nazionale che fin dal 1868 si teneva presso la comunità di Spinetta Marengo (una delle prime comunità fondate dal Rossetti) non sarebbe stata gradita.

Le ragioni dello strappo erano connesse con la convinzione che un ente morale proprietario della chiesa avrebbe significato subordinare le scelte in materia di fede e di dottrina della comunità alla supervisione dell’ente stesso, che in qualsiasi momento – in quanto unico proprietario – avrebbe potuto estromettere chiunque non si fosse uniformato alle loro decisioni. Un potere di cui – obiettivamente – l’Ente stesso non si avvalse mai ma che,con altrettanta obiettività si deve ammettere, era (ed è) tutt’altro che inesistente. Probabilmente era ancora vivo il ricordo dell’episodio di Bologna quando, avendo Pompeo Rossi consentito al Gavazzi di predicare venne “sfrattato” dal Guicciardini dal locale di culto di cui era formalmente il proprietario. Il possesso materiale di un locale di culto, soprattutto quando si tratti di un locale di un certo valore, può sempre essere usato come strumento di potere… D’altra parte,da Firenze si replicava che la legislazione vigente non consentiva soluzioni alternative preferibili e si appellava al principio dell’autonomia delle singole comunità locali, caro sia al Guicciardini e al Rossetti sia all’ala inglese del Movimento, che su tali questioni avrebbero dovuto essere libere di prendere le loro decisioni… Quando – circa 30 anni dopo – il nuovo governo fascista imporrà ad ogni comunità religiosa non cattoliche un rappresentante unico nazionale per i rapporti con lo Stato, la scelta naturale fu di incaricare l’Ente Morale di assumere questa responsabilità; nel frattempo sempre più comunità italiane avevano scelto di intestare all’ente Morale di Firenze il possesso materiale del locale di culto.

Il XX secolo – si può dire – è stato per la Chiesa dei Fratelli, e in particolare per la comunità fiorentina, un secolo di crescita, certamente, sia quantitativa sia – speriamo e confidiamo di poter dire – qualitativa: anche se, certamente, il cammino non è stato certo facile. Soprattutto la prima metà del secolo, è stato certamente un tempo di prova, in cui la politica repressiva del regime fascista ben si sposava al desiderio, ancora vivo in seno alla Chiesa Cattolica, di affermare una sorta di “predominio spirituale” sulla penisola, un predominio che non poteva lasciare spazio ad alcuna forma di dissenso. Va’ detto tuttavia che nel nostro paese neppure negli anni più bui della guerra fu mai completamente abolita quella libertà religiosa che lo statuto albertino aveva in qualche modo sancito e garantito, anche se essa non fu mai – e, forse, non è neppure oggi – una libertà religiosa “piena”; sia pure nella libertà, una certa “disparità di trattamento” rimane fra la chiesa cattolica e le altre confessioni religiose; una disparità che comunque nel Ventennio fascista assunse spesso contorni preoccupanti di intolleranza e di prepotenza.

Il dopoguerra vide due importanti passi legislativi: la costituzione varata nel 1948 sanciva il diritto alla libertà di religione – incluso il diritto di propaganda e di pubblico esercizio del culto – fra i diritti fondamentali ed inalienabili del cittadino (sotto questo aspetto la nostra è una delle carte costituzionali più avanzate e liberali d’Europa); e in anni più recenti, i Patti Lateranensi del 1929 fra il Vaticano e lo Stato Italiano vennero sostituiti da un nuovo Concordato che, pur fra molti punti sicuramente criticabili e migliorabili – sancisce che – almeno in linea di principio – non esiste una religione di Stato (un privilegio che fino ad allora era spettato alla sola chiesa Cattolica), ma tutti i culti religiosi sono uguali di fronte alla legge.

La chiesa dei Fratelli poté così – e può tutt’oggi, per la grazia di Dio – esprimere al meglio, superati i contrasti e le lacerazioni del passato, esprimere quella che fin dalle origini fu – tanto in Inghilterra quanto in Italia – la sua vocazione più grande, potremmo dire, il suo “carisma” (nel senso di “dono”): quello evangelistica e missionario. La predicazione dell’Evangelo nelle città, nei paesi, nelle campagne Italiane divenne una delle attività primarie, e ad essa si affiancò un impegno per la missione e l’evangelizzazione nei paesi in via di sviluppo o in quelle nazioni dove regimi meno liberali o condizioni economiche particolarmente disagiate rendono problematica la predicazione dell’Evangelo e la nascita e lo sviluppo di nuove comunità: un impegno che portò, all’indomani del crollo del muro di Berlino, alla creazione dell’OMEFI (Opera Missionaria Evangelica dei Fratelli in Italia) – la cui sede comunque non è a Firenze.



 

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